Una bella storia…

La storia che pubblichiamo oggi, anche se raccontata a mò di favola, è una storia vera. Ma in definitiva una favola lo è davvero in quanto ne possiede tutti gli ingredienti: amore, ragione, fato ed un lieto fine. Ci auguriamo che possa essere d’esempio per tutti, un esempio di amore e di altruismo nonostante tutto. Vorremmo pubblicarne spesso storie così, e magari questa storia potrà aiutare tante coppie a trovare il coraggio per fare una scelta simile a quella dei protagonisti della storia odierna.

C’era una volta una Mamma, un Papà e il loro Bambino di cinque anni. Una mattina di ottobre si imbarcarono su un aereo per andare a riprendersi il loro secondo Bambino che la Cicogna, forse stanca, forse distratta o forse per l’ennesima iniziativa sindacale di “cicogna selvaggia”, aveva consegnato migliaia di chilometri lontano.

La decisione di adottare l’avevano presa dopo la nascita del loro figlio. Avevano provato la bellezza di avere figli e l’importanza di crescerli in modo da far venir fuori tutto il loro meglio. L’idea, poi, del figlio unico proprio non gli andava. Era già quattro anni che aspettavano, perché se uno vuole adottare un bambino, chissà perchè, tutti si mettono di traverso e creano milioni di difficoltà.

Arrivati nel Paese straniero, le speranze e le aspettative di quel viaggio si raffreddarono presto. Era un Paese povero che stava rapidamente crescendo e i bambini da adottare erano pochi e alle coppie straniere sarebbero stati dati solo bambini con problemi.

Si può immaginare l’animo di Mamma e Papà mentre entrarono nell’orfanatrofio. Ma ecco un bambino irrompere nella sala, salutare senza diffidenza né timore e recitare una poesia. Ovviamente Mamma e Papà non capirono una parola, capirono però che era un bambino straordinario.

Ha tre anni ed è il prototipo della peste: sveglio, spigliato, senza ombra di timidezza, estroverso, sempre pronto allo stupore, al buon umore e alla risata; prepotente e dolcissimo; ogni sua mossa, ogni sua espressione sprizza intelligenza, coraggio e determinazione. Incredibile per un bambino che, in soli tre anni, ha provato dolori che sarebbero troppo anche per una vita intera.

Il bambino, subito soprannominato Gengis Khan per il suo caratterino, ha però una grave malformazione cardiaca. Dicono tetralogia di Fallot.

Il Cuore di Mamma e Papà – che non sono medici ma comprendono bene le parole – si arrestò, diventò ghiaccio. Ma fu un attimo, e subito riprese a battere, incontenibile, e con tutta la sicurezza e la forza che solo un Cuore invaso dall’amore sa esprimere urlò: “E’ lui, è lui, l’abbiamo trovato, riportiamolo subito a casa”.

La Ragione, che ben conosceva il Cuore, come ogni cosa conosce il suo contrario, si preoccupò. Il suo sistema di monitoraggio dei rischi aveva subito attivato l’allertatore “Guai in vista” ed era già allarme rosso. Non perse tempo e, come al solito, snocciolò una serie di lucide argomentazioni, fastidiosamente vere nella loro stucchevole razionalità e implacabili nelle loro logiche conclusioni.

Questo il suo punto di vista:”Voi un figlio già l’avete e vi ha reso felici. Anche per questo, io, questa storia dell’adozione non l’ho mai capita fino in fondo, con tutti i problemi che normalmente comporta, ma vi ho lasciato comunque fare. Ma adesso, poi, un bambino malato! Ma vi siete rimbecilliti completamente? Non lo capite che vi creerà una montagna di problemi, che stravolgerà la vostra vita, che rischia di devastare i vostri sentimenti e fare a pezzi quello stupido del vostro Cuore? Non che io mi preoccupi del Cuore, ché se lo merita pure, ma non ci pensate al bambino che già avete? Se una disgrazia ti capita te la tieni, è ovvio, ma andarsela a cercare! Questa situazione è talmente assurda, ma così assurda, che io proprio non riesco nemmeno a immaginarla. Date retta a me, fatevi anticipare i biglietti e tornatevene a casa e vedrete che prima o poi vi passerà. E se proprio siete così stupidi che non vi passa, prendetevi un cane che vi aiuterà”.

Argomentazioni ragionevoli, non c’è che dire. Soprattutto quella del cane.

Ma il Cuore queste argomentazioni non le capiva proprio: lui non ragionava sulla vita, lui la sentiva, la sentiva e basta.. Viveva di certezze che non vogliono spiegazione, incrollabili e incoscienti allo stesso tempo. Per lui il colpo di fulmine esiste, come esiste il giorno e la notte, e ha la forza irresistibile dell’uragano alla quale non ci si può opporre ma ci si deve solo abbandonare.

Evidentemente, era un dialogo fra sordi. E stava degenerando: la Ragione diede del sentimentale stupido e irresponsabile al Cuore e questi ribatté che la ragione, con il suo modo di fare, avrebbe ridotto la vita a un meschino bilancio contabile e che, in definitiva, la ragione è dei fessi.

Inutile negarlo: volarono parole grosse. E si stava scivolando verso una guerra dura, all’ultimo sangue, senza prigionieri: se avesse vinto la Ragione, il Cuore sarebbe morto per sempre, e il contrario se avesse vinto il Cuore.

Cuore e Ragione si resero conto del rischio di quella guerra e, per una volta, furono d’accordo: non potevano permetterselo. Per la verità, il Cuore, tutto questo, lo intuì solamente, perché questo era il suo modo di intendere la realtà. La Ragione, invece, dopo l’ennesima analisi costi/benefici, mise a fuoco tutti gli aspetti del problema: il Cuore, senza la Ragione a illuminarlo, non avrebbe saputo dare una direzione e un baricentro alla vita che si sarebbe esaurita in un erratico girovagare da un sentimento all’altro; la Ragione, senza il Cuore a riscaldarla, avrebbe ridotto l’esistenza a una meschina serie di aridi calcoli che non avrebbero mai portato a una vita piena e felice.

Come sempre, in questi casi, si prese tempo. La Ragione trovò sufficientemente ragionevole approfondire la questione prima di decidere e si andò su internet alla ricerca di questo signor Fallot . Alla prima “sgoogolata” apparve il sito del Prof. Marcelletti dove c’era anche una sezione “Contatti”. La Ragione, prevedendo le intenzioni, disse subito: “Ma che credete veramente che quello, luminare di fama internazionale, vi risponde?”. Il Cuore, per una volta, fece una considerazione assai ragionevole: “E che ci costa scrivere due righe?”. La Ragione, contrariata, non poté che convenirne.

Imprevedibilmente, dopo pochissimo tempo, arrivò un messaggio: il Professore ci chiede informazioni sul quadro clinico del bambino. Di corsa in orfanatrofio a parlare con il dottore: le condizioni del bambino sono buone, cresce bene, non ha crisi cianotiche né respiratorie, non ci sono controindicazioni all’intervento. Subito a casa a comunicare queste informazioni. Ancora una volta, quasi in tempo reale, arrivò la risposta: la situazione, pur oggettivamente seria, è affrontabile in Italia con elevatissime probabilità di successo e le prospettive di vita, dopo l’intervento, potevano considerarsi soddisfacenti. Ci incoraggia, ci suggerisce l’ospedale della nostra città dove portare il bambino e ci dà la disponibilità a seguirlo, personalmente, una volta in Italia.

Il Cuore esultò: “Avete visto? E’ chiaro, chiaro come il sole che questo è un segno del destino! Abbiamo un problema e subito un medico di fama internazionale ci risponde, ci incoraggia e ci promette il suo aiuto. Non siamo più soli, ne verremo fuori alla grande!”.

La Ragione cercò subito la formula per risolvere l’equazione. Ma era perplessa. Qualcosa non quadrava. Non certo per la storia del destino – ché lei queste cose da tempo le aveva archiviate, assieme al colpo di fulmine e altre amenità, nella cartella “stupidaggini” – ma era innegabile che il Prof. Marcelletti fosse un cardiochirurgo di fama internazionale e che le sue parole rendevano la situazione quanto meno non disperata. Certo, a spigolare sulle parole, si poteva discutere sul termine “soddisfacenti”: a volte quello che è soddisfacente per i medici, abituati a vederne di tutti i colori, è preoccupante per gli altri. Ma la Ragione si accorse subito che l’intervento del Prof. Marcelletti aveva deciso le sorti della guerra: mettersi a giocare sulle parole avrebbe costituito solo una inutile battaglia di retroguardia. E lei non si impegnava in cose inutili. Piuttosto, era venuto il momento di discutere le clausole dell’armistizio.

Ok” disse la Ragione al Cuore “ancora una volta hai vinto e hai imposto la tua decisione. E ancora una volta io, che per conto mio me ne sarei già tornata a casa da un pezzo, devo tirare la carretta e mettermi a lavorare per salvare il salvabile e fare in modo che le vite di questi due deficienti e dei loro due bambini siano felici. Ma da ora in poi si fa come dico io e senza storie! Ché di guai, tu, ne hai già combinati abbastanza! ”.

.Il Cuore acconsentì subito, anche perché già cominciava a spaventarsi del suo stesso coraggio e della propria incoscienza. E più si innamorava del bambino, più la paura cresceva.

La Ragione, come d’abitudine, cominciò subito a programmare il futuro, fare calcoli, comparare le probabilità, risolvere equazioni. Non poté fare a meno di pensare che le toccava sempre il lavoro pesante, umile, quello che non appare, perché se poi le cose vanno per il verso giusto, il merito se lo prende sempre il Cuore. E mentre rifletteva alzò lo sguardo sul panorama di quella strana città, a cavallo tra un passato ingombrante da dimenticare e un futuro da costruire elevando grattacieli sempre più grandi e splendidi, con le loro facciate lucide a specchiare il cielo e le stagioni.

Ecco” pensò “è proprio come quel grattacielo. Tutti sono interessati all’ultimo piano, tutti vogliono visitarlo e nessuno si interessa delle fondamenta che, sprofondate nel buio freddo della terra e del fango, consentono a quell’ultimo piano di stare lassù, sfacciato, a sfidare il tempo e le intemperie e mostrare al mondo il coraggio, l’audacia e la creatività di chi lo ha costruito”.

Ma fù solo un attimo, perché la Ragione non si perde in questi sentimentalismi inutili. Ormai i giochi erano fatti; giusti o sbagliati che fossero bisognava andare avanti. E continuò a progettare il futuro, imperturbabile e professionale come sempre.

Questa storia, in questo momento, è arrivata proprio a questo punto. Non c’è ancora una fine, anche se tutti speriamo nel lieto fine che caratterizza le storie più belle.

Le pratiche adottive stanno andando avanti e speriamo, quanto prima, di portare il piccolo Gengis in Italia. Da lì comincerà un altro percorso, fatto di medici e ospedali, e preghiamo il Signore che metta una mano su tutti noi, sulle mani dei chirurghi che interverranno, sulla testa dei medici che lo cureranno e, soprattutto, sul cuore del piccolo Gengis.

Ringraziamo tutti quelli che ci hanno aiutati: oltre al Prof. Marcelletti e allo staff del suo sito, i tanti amici e i loro amici che ci sono stati vicino e hanno dato la loro disponibilità.

Non ci resta che fare un augurio al piccolo Gengis. L’augurio che un giorno lontano, molto lontano, possa godersi il sole dall’ultimo piano del grattacielo della sua vita, alto più di cento piani, affacciarsi dal terrazzo e, con lo stesso affetto, ricordare i genitori adottivi e immaginare quelli naturali, seguire la vita del proprio fratello, dei propri figli e dei nipotini e, spingendo lo sguardo verso il basso, pensare a quegli enormi e granitici piloni di calcestruzzo che, dal sottosuolo, hanno permesso tutto questo.

E dentro la sua mente, con la saggezza dei vecchi, sarà ben chiaro, in splendida sintesi, che le cose importanti non accadono perché le vuole solo il cuore o solo la ragione. Sono il frutto dell’aiuto del Signore, delle persone amiche e di un’unica grande forza: la Ragione del Cuore.

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